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Iscr. Trib. di Milano nr. 596 del 23.09.1998 - Tutti i diritti riservati. ©







La storia de "Il Popolo d'Italia"

Pagina in continuo aggiornamento
-Le tappe che hanno segnato la vita del nostro giornale-




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La storia, la nascita, la sede, la conduzione del giornale
Politica , azione: ma si fanno meglio altrove. Ora c'e' ''Il Popolo''. E io sono a Roma per aiutare Mussolini. Sapete che è un uomo? Ha fatto un quotidiano in una settimana. Tutti gli "uomini tecnici" sono meravigliati, perché non sanno cosa è 'un uomo'. Sanno soltanto che cosa è un 'uomo tecnico'. Dunque, parola d'ordine, con Mussolini".

Con queste frasi scritte su "La Voce" Prezzolini accolse la nascita del quotidiano mentre Salvemini (fondatore de "L'Unità" - e non si capisce perché ai giorni d'oggi ne sia stata data a Gramsci la paternità -) ritenne superfluo continuare a stampare il suo quotidiano visto che le sue ragioni si incarnavo nel quotidiano di Mussolini.

Comparvero così il 15 Novembre 1914 a Milano le quattro pagine de"Il Popolo d'Italia", titolo che riecheggiava quello mazziniano "Italia del Popolo" con sottotitolo - giornale socialista - una specifica volutamente provocatoria.

Al fianco della testata comparvero due citazioni tratte dal frontespizio di un volume di Gustave Hervè, - La conquete de l'Armèe - :

"LA RIVOLUZIONE E' UN'IDEA CHE HA TROVATO DELLE BAIONETTE" (Napoleone) e "CHI HA DEL FERRO, HA DEL PANE" (Blanqui).

Il luogo della Redazione e Direzione, chiamato anche "il covo" per il fatto che ospitava nelle cantine dello stabile un nutrito gruppo di Arditi legati a Mussolini che proteggevano il giornale da attacchi politici nemici, fu ubicato in Via Paolo da Cannobbio 35, una strettoia dietro piazza del Duomo.

Silvio Bertoldi nel suo libro "Camicia Nera" cosi descriveva il posto:

"Una strada corta, il caseggiato fatiscente. Un cortiletto portava all'ingresso del giornale e a due scale, una esterna e una interna, per salire al primo piano... Il sotterraneo serviva da bivacco per gli Arditi che fungevano da guardia del corpo del direttore." ed ancora... "Nell'antro del Covo la redazione del "Popolo d'Italia" era distribuita su due piani. Al terreno stavano l'amministrazione, gli sportelli degli abbonamenti e della pubblicità, la spedizione, l'archivio e l'ufficio di Arnaldo, il fratello di Benito, che era l'amministratore. Al primo piano, la stanza del redattore capo, quella della redazione, quella in uso all'Associazione Nazionale Arditi, una sala di attesa e lo studio di Mussolini d'angolo... Alle pareti, alcuni cartelli con beffarde massime di comportamento professionale, quali: 'Chi impegna cinque parole per dire quanto è possibile con una parola sola, è un uomo capace di qualunque azione.'. O come:' Chi non sa tacere mentre il compagno lavora dimostra di non saper compiangere la sventura altrui.' C'era un certo umorismo in quelle frasi e se fossero di Mussolini farebbero sospettare in lui una capacità d'essere spiritoso sempre ignorata. La provava, invece, un famoso invito rivolto ai colleghi che, evidentemente, non brillavano per l'assiduità in ufficio:' I signori redattori sono pregati di non andarsene prima di essere venuti.' E questa era sicuramente di mano sua."

Per dare al quotidiano la giusta immagine e le basi di sviluppo necessarie non fu tralasciato nessun particolare.

La testata venne disegnata dal pittore GIORGIO MUGGIANI, l'impaginatore fu il grande architetto GIUSEPPE PAGANO POGATSCHNIG, il capo redattore fu SANDRO GIULIANI, uscito dall' "Avanti!" con Mussolini e il giornale venne stampato dalla tipografia CORDARA.

Il quotidiano sarebbe stato, per tiratura, al terzo posto a livello nazionale per diffusione e il secondo, a spalla del "Corriere" (a tratti il primo) per numero e qualità di citazioni fuori dei confini, laddove si cercò di misurare più attentamente il polso dell'Italia mussoliniana.
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Collaboratori e sostenitori
Diversi furono i nomi che tennero a battesimo il quotidiano. Molti di questi provennero dalle linee socialiste e dall' "Avanti!" dove Mussolini fu direttore.

Tra i diversi collaboratori e redattori spiccarono nomi di prestigio:
MASSIMO ROCCA - OTTAVIO DINALE - MARIA RYGIER tutti di sinistra ed il primo già collaboratore dell' "Avanti!".

E ancora ANGELO OLIVIERO OLIVETTI sindacalista rivoluzionario, FILIPPO CORRIDONI - ALCESTE DE AMBRIS - MICHELE BIANCHI quest'ultimo caporedattore.

MARGHERITA SARFATTI critica d'arte, LUIGI SOMAZZI - UGO MARCHETTI "prestati" dal "Resto del Carlino" dietro interessamento di FILIPPO NALDI.

GIACOMO DI BELSITO - GAETANO SERRANI - BONAFINI - NICOLA BONSERVIZI , (che sarà ucciso in Francia dai fuoriusciti antifascisti italiani) LIDO CAIANI - GIOVANNI CAPODIVACCA - ARTURO ROSATO.

MANLIO MORGAGNI amministratore, sarà poi il direttore dell'agenzia ufficiale del regime fascista, la Stefani.

MARIO GIRARDON primo corrispondente estero a Parigi.

SCIPIO SLAVATER , redattore romano che lascerà il posto a GIUSEPPE PREZZOLINI.

Tra i sostenitori ci furono nomi di testate giornalistiche di indubbia fama e nomi di singoli personaggi ancor più incisivi e famosi.
La Voce - Azione socialista - L'Iniziativa sono le testate che maggiormente promossero il grido interventista che Mussolini fece riecheggiare dalle colonne del suo giornale. E stessa cosa fecero PAPINI uno dei primi collaboratori del quotidiano mussoliniano, D'ANNUNZIO - IFRATELLI GARIBALDI - BOSELLI - BISSOLATI - SLATAPER - CORRADINI.
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I finanziamenti
Controverse e strumentalizzate furono le tesi espresse dai socialisti dell'epoca circa i finanziamenti che Mussolini riuscì ad ottenere per il suo giornale.

Sull' "Avanti!" ritornato in sicure mani socialiste, inizierà una vera e propria campagna denigratoria verso il futuro Duce. Dalle colonne del giornale socialista infatti Mussolini oltre ad essere etichettato con la qualifica di "traditore" fu oggetto di insinuazioni meschine e bizzarre circa le sovvenzioni ed i finanziamenti. Il PSI incalzò per anni il fondatore del "Popolo d'Italia", finendo per essere riesumata ad ogni accenno di crisi politica la frase: Chi paga?

Le indagini continuarono anche dopo il secondo dopoguerra per individuare le fonti di finanziamento del giornale mussoliniano approdando finalmente a quella verità che per anni fu strumentalizzata e modificata dai socialisti per i loro fini politici.

Le documentazioni ritrovate testimoniano inconfutabilmente sia la provenienza che i finanziatori.

Il "Popolo d'Italia" poté nascere grazie all'interessamento del giovane direttore del "Resto del Carlino" Filippo Naldi il quale era uomo di fiducia del Ministro degli Interni il marchese di San Giuliano.

Fu quindi il Naldi che permise la realizzazione del giornale in sole due settimane. Egli infatti procurò a Mussolini mezzo milione di lire per le prime spese, garantì la distribuzione tramite le Messaggerie Italiane e cedette due dei suoi redattori.

La carta usata per il "Popolo d'Italia" fu dello stesso fornitore che provvedeva anche per il "Resto del Carlino".

Altri contatti furono presi per l'acquisizione dei mezzi dell'impianto. A questo pensò ELIO JONA il quale cercò di trarre beneficio dall'iniziativa promuovendo la sua agenzia pubblicitaria.

Il garante per le transazioni Jona - Mussolini fu BONFIGLIO, facente parte del Consiglio di amministrazione dei lavoratori del mare.

In seguito, in un viaggio a Ginevra con Naldi e Girardon e con un deputato non meglio identificato, Mussolini riuscì ad ottenere dei contratti per la pubblicità e, allo stesso tempo, incontrò uomini politici del fronte alleato.

Solo in un successivo momento, ovvero tra Maggio e Giugno del 1915, forse grazie all'incontro politico avuto a Ginevra, riuscì ad ottenere buone sovvenzioni dal governo francese e dai partiti socialisti di Francia e Belgio

Oggi alcune documentazioni attestano il versamento di contributi provenienti da industriali italiani interessati all'aumento delle spese militari per lo sperato ingresso in guerra dell'Italia.

Fra questi spiccano i nomi di AGNELLI, ANSALDO e PARODI.
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Le ripercussioni
La polemica scatenata dal PSI quando ancora militava Mussolini, fu aspra e non conobbe riguardi per la verità. La drasticità con la quale fu condotta la campagna denigratoria ed infamante nei confronti del neo direttore del "Popolo d'Italia" ridusse notevolmente i tempi delle decisioni che avrebbero portato al cambiamento totale sia del giornale, sia dei destini d'Italia.

L"Avanti!" arrivò persino a chiedere a gran voce l'espulsione del futuro Duce dalle fila socialiste, cosa che avvenne il 24 Novembre davanti all'assemblea della sezione milanese in spregio alle regole dello Statuto.

Mussolini sdegnato dal comportamento rissoso, illegale ed illegittimo dei socialisti non attese neanche la conferma da parte della direzione Nazionale e così, di sua spontanea volontà e nonostante l'intervento dell'allora Sindaco socialista di Milano, Caldara, il quale chiese un'inchiesta sul caso, si dimise dagli unici due incarichi che gli furono affidati dalla dirigenza socialista, quella di consigliere comunale e di componente del Consiglio di Amministrazione della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde (CARIPLO)
Se da una parte l'amarezza dell'espulsione dal PSI fu un atroce sconforto per il direttore del "Popolo d'Italia" dall'altra fu l'occasione per rendersi libero completamente dalle direttive socialiste alle quali più non credeva.

L'attendismo non rientrava più nei suoi piani politici e il suo istinto gli diceva che l'interventismo era il cavallo di battaglia vincente. Così gli articoli di fondo pubblicati sul suo quotidiano continuarono ad essere incisivi e pieni di carica emotiva.

Un valido contributo gli venne dato anche dalle penne di NENNI - PAPINI - LANZILLO - PANUNZIO - RENSI ed altri che con lui si alternarono nella stesura degli articoli di fondo dai quali partivano denunce, attacchi veementi e proposte rivoluzionarie.

Con il passare del tempo il "Popolo d'Italia" divenne l'organo più importante dell'interventismo democratico e rivoluzionario che servì a coagulare "non solo i socialisti interventisti usciti dal Partito socialista, ma anche molti dei socialisti che erano vissuti sino allora ai margini del Partito socialista in posizione critica, i sindacalisti rivoluzionari corridoniani e deambristi, gli anarchici interventisti, parecchi riformisti e repubblicani, nonché buona parte dei ' vociani ' e degli ' unitari ' e delle altre èlites culturali che si erano pronunciate per l'intervento".
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 Il declino temporaneo
Staccatosi definitivamente dal partito socialista Mussolini continuò con più libertà d'azione la sua battaglia propagandistica portata avanti dalle colonne del "Popolo d'Italia" con articoli stilati dai suoi prestigiosi giornalisti al fine di smuovere non solo l'opinione pubblica ma anche, e soprattutto, i socialisti più riottosi verso l'interventismo che videro trionfare la loro idea con la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria - Ungheria.

Ma, se tale vittoria diede al manipolo di eretici del socialismo un trionfo sul piano della credibilità, di contro ne perse sul piano politico.

Gli scopi prefissi dal quotidiano ovvero quello di dividere la sinistra e di controbattere l'offensiva neutralista erano stati raggiunti per cui, né i borghesi, né gli industriali ebbero più interesse a finanziare il giornale attraverso il sostentamento economico delle pagine mussoliniane.

Della stessa cosa ne risentirono anche altre testate interventiste le quali andarono verso una estinzione volontaria.
Anche i rivoluzionari che sul "Popolo d'Italia" scrissero articoli di fuoco furono in un certo senso dimenticati.

De Ambris, Bissolati, Salvemini, Chiesa, Corridoni partirono per il fronte mentre Mussolini fu il bersaglio, ancora una volta, degli irriducibili socialisti, quelli più rancorosi i quali ancora misero in piedi una campagna diffamatoria nei confronti del futuro Duce tacciandolo di codardia.

Fu in questa occasione che i socialisti neutralisti coniarono la frase "Armiamoci e partite" che nel dopoguerra (1940 - 1945) erroneamente fu attribuita agli fascisti quale motivo di spregio e sberleffo nei confronti di coloro che combatterono sia nella prima che nella seconda guerra mondiale.

Con questa irriverente frase i socialisti vollero mettere alla berlina Mussolini per essere rimasto al suo posto di Direttore del "Popolo d'Italia" mentre tutti i suoi collaboratori e l'Italia intera avevano preso le armi.

Ma la realtà , come al solito, fu un altra. Appartenendo il futuro Duce ad una classe sotto leva non vide accettata la sua richiesta di partire volontario, e scartato come ufficiale per i precedenti politici, dovette attendere il 15 Agosto per partire bersagliere.

L'allontanamento per il fronte di Mussolini segnò una svolta quasi drammatica per il quotidiano.

Nonostante gli sforzi di coloro che rimasero nella redazione del giornale, come De Falco e Dinale i problemi di sopravvivenza si fecero sempre più seri e critici.

Mancava "l'anima", il creatore delle mille idee , delle mille frasi roboanti, incisive ed accattivanti. Mancava colui che aveva dato il primo anelito di vita e che aveva condotto le pagine del "Popolo d'Italia" con fermezza, decisione e precise idee politiche.

La censura di guerra fece il resto, portando le pagine mussoliniane sull'orlo della chiusura definitiva.

E come se non fosse bastato, la nascita di un nuovo organo di stampa "Il fronte Interno" voluto dalle correnti di destra della coalizione nella speranza di poter dare nuova linfa vitale al movimento, espropriarono il quotidiano di Mussolini della qualifica che l'aveva fin li caratterizzata, quella di portavoce della corrente di opinione che contese le piazze ai socialisti ufficiali.

Anche in trincea il giornale era malvisto ed avversato per la sofferenza degli interventisti che trovarono il disprezzo dei coscritti ed ufficiali di carriera.

La Santa Sede, con Papa Benedetto XV ampliò e moltiplicò i già gravi problemi attraverso l'azione delle organizzazioni cattoliche che si mossero per un atteggiamento pacifista.

Davanti alla presa di posizione ufficiale della Chiesa, Papini dalle colonne del "Popolo d'Italia" lanciò bordate con toni che in più di un'occasione passarono il segno tanto da arrivare a definire " conigliesca (la) neutralità dei preti rossi e neri"

L'Arcivescovo di Milano non tardò a controbattere all'offensiva condannando il "Popolo d'Italia" e vietandone la lettura ai fedeli, mentre il Vaticano condannava lo Stato Italiano per omessa censura arrivando a suscitare quasi un caso diplomatico.
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Ripresa e cambiamento interno
Dovette tornare Mussolini dal fronte, ferito per lo scoppio accidentale di una granata, a ridare tono al suo giornale lanciando un'edizione romana stampata a Milano.

Nello stesso tempo anche "L'Unità" di Salvemini riprese le pubblicazioni.

Mussolini si accorse, visti i tempi, che sarebbe stato opportuno dare una svolta progressiva ma decisiva alle colonne del suo giornale ricollocandolo su una linea avanzata e centrale dello schieramento politico.

E così fece in materia di politica estera con i suoi due primi articoli non firmati intitolati : "Italia, Serbia e Dalmazia" e "Il terreno dell'intesa Italo-Serba" .tentando così di riguadagnare il terreno perduto sui nazionalisti.

Intanto la sua attenzione puntò anche alla Russia dalla quale Mussolini trasse motivo di entusiasmo accogliendo i moti rivoluzionari indicandoli come possibile conseguenza di un eventuale cedimento politico, sociale e civile del fronte interno italiano.

Ma al di là degli articoli ad effetto Mussolini riuscì nuovamente a creare il cosiddetto "zoccolo duro" dei lettori con la presa di posizione a favore dei combattenti. Per questa sua scelta il pubblico tornò ad interessarsi entusiasticamente, ancora una volta, al "Popolo d'Italia".

Al combattente venne dato ampio spazio sul giornale tanto che alla vigilia ed immediatamente dopo la disfatta di Caporetto le lettere dal fronte continuarono ad affluire alla redazione del quotidiano apportando linfa vitale e contenuti sui quali dibattere.

Ma un altro problema, anche questo scottante ed immediato, dovette essere risolto: quello economico.

Il "Popolo d'Italia" si ridusse a due pagine con uscite ogni tre giorni la settimana. Nel 1916 si arrivò vicinissimi alla chiusura definitiva.

Solo nel 1917 ci furono i primi miglioramenti economici grazie all'intervento di alcuni industriali ( come CESARE GOLDMANN che si troverà presente anche al raduno di P.za S. Sepolcro) e al sostegno di alcune banche (soprattutto la Banca Italiana di Sconto) le quali inserirono la loro pubblicità per il prestito nazionale.

Ma l'apporto di denaro non fu sufficiente. Così Mussolini decise di attuare una forma di finanziamento consone alle tesi del suo giornale . Una sottoscrizione che fruttò in due mesi la consistente somma di centomila lire.

Sistemati i conti economici Mussolini poté pensare seriamente a trattare temi di grande eco pubblica.

Decise così di considerare come cavalli di battaglia: la preservazione della tensione bellica dalle manovre "rinunciatarie" del parlamento e il contenuto sociale in guerra.

Negli articoli di fondo, prendendo a pretesto le vicende russe e gli sforzi di Kerensky, Mussolini scrisse: "A che cosa giovano migliaia di cannoni, montagne di proiettili, moltitudini di soldati, se l'animo manca o non sa più affrontare il sacrificio? ... Bisogna dare un contenuto 'sociale' alla guerra! Andare ai soldati: ma non colle promesse incerte, che per la loro stessa inconsistenza non possono sollevare entusiasmi, ma con 'fatti' i quali dimostrino ai soldati che tutta la Nazione è con loro, che tutta la Nazione è concentrata nello sforzo di preparare una Italia nuova per l'esercito che tornerà vittorioso dalle frontiere riconquistate..."

Dalle pagine del "Popolo d'Italia" il Direttore decise, dopo gli articoli come questo sopra riprodotto in parte, di "vigilare" sulla classe politica la quale, già sorda al motto di "la terra ai contadini" avrebbe potuto, una volta usato l'interventismo, tradire gli impegni assunti.

Per meglio vigilare Mussolini inaugurò l'11 Ottobre 1917 un'edizione del suo giornale nella capitale perché potesse essere meglio presente alle situazioni politiche che andavano avvicendandosi.

In quel frangente giunse la notizia della disfatta di Caporetto. Il "Popolo d'Italia" davanti a quel repentino cambiamento di situazione politico - militare dovette rimescolare piani e propositi.

Da qui nacque un nuovo soggetto politico, un nuovo protagonista della dinamica rivoluzionaria. Dal dramma della guerra, delle sconfitte, della resistenza sul Piave, si elevò: Il Combattente!

Grazie all'intuito del suo Direttore le colonne del giornale intervennero con prontezza circa i cambiamenti politici interni che avrebbe creato Caporetto.

Mussolini divenne così il sostenitore principale del combattente , della difesa del valore del soldato italiano e della concordia nazionale. Nacque anche il "trincerismo" cioè la fede nell'abisso fra vecchio e nuovo che il conflitto aveva ormai scavato.

Egli scrisse a tal proposito: "Le parole repubblica, democrazia, radicalismo, liberismo: la stessa parola 'socialismo' non hanno più senso: ne avranno uno domani, ma sarà quello che daranno loro i milioni di 'ritornati'. E potrà essere tutt'altra cosa. Potrà essere un socialismo antimarxista, ad esempio, e nazionale".

Queste parole furono il segnale, sia nella storia del giornale, sia nella vita di Mussolini di un primo cambiamento che diede inizio all'allontanamento definitivo dal socialismo di vecchio tipo, ed alla creazione di un nuovo pensiero, di un nuovo ideale che, sorto dalla vecchia idea alla quale Mussolini fu legato per anni, avrebbe dato vita e consistenza ad un anima politica per il momento ancora inesistente. Si stavano creando le prime basi del pensiero fascista mussoliniano.

Scriverà ancora: "Noi vogliamo - una volta per sempre - sprangare le porte di casa nostra, vogliamo liquidare per sempre la secolare partita fra Italia e l'Austria - Ungheria, vogliamo tutti gli italiani all'Italia, dai monti all'Adriatico". Questo sarà il nuovo linguaggio mussoliniano.

Il repentino cambiamento dovuto, come abbiamo visto, alla disfatta di Caporetto, alla nobilitazione del combattente ed all'uso dell'attributo "nazionale" piacque ad alcuni industriali quali Ansaldo e i fratelli Perrone.

Grazie ai contratti pubblicitari ed agli approcci pubblici e privati con Mussolini il 26 Luglio pur decidendo la soppressione dell'edizione romana il Direttore del quotidiano poté essere soddisfatto dei risultati economici del suo giornale.

A tal punto i tempi furono maturi per un ulteriore cambiamento.

Con un titolo di fondo "Novità" fu annunciato che da quel momento il sottotitolo "quotidiano socialista" avrebbe lasciato il posto a "quotidiano dei combattenti e dei produttori" asserendo:"termina la 'concorrenza di due botteghe' intorno ad una 'merce scadente', per la quale 'il mercato è scarso'."

In questo cambiamento non tutti i vecchi amici lo seguirono. De Falco, Fasulo, Di Belsito Dinale lo lasciarono ma, allo stesso tempo, i posti vuoti furono colmati in seguito da nuovi collaboratori non meno importanti dei primi.
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Ricaduta, ripresa e consolidamento
La Prima Guerra Mondiale finì nel 1918 con la disfatta dell'impero Austro - Ungarico.

Mussolini, già tornato dal fronte come abbiamo visto in precedenza, si trovò di fronte ad un'altra crisi economica del suo giornale.

Finita la guerra infatti gli industriali di un tempo che finanziavano le casse del "Popolo d'Italia" persero l'interesse visto che a guerra finita le industrie belliche cessavano i serrati ritmi di produzione mentre prima, il giornale interventista di Mussolini, fu per i magnati dell'Industria il trampolino di lancio della loro riuscita economica.

Il dilemma di Mussolini tornò quindi ad essere non solo quello del leader sprovvisto di uno strumento organizzativo, ma anche quello di trovare una soluzione al problema economico talmente grave che avrebbe irrimediabilmente portato il giornale a chiudere definitivamente.

Ed invece, il genio politico dell'uomo non tardò a far cambiare strada al quotidiano.

Venne deciso di adottare nuove proposte per la nuova situazione creata dal dopoguerra: la Costituente dell'interventismo e una nuova legislazione sociale per i mutilati.

Il giornale insomma si preparò al rientro in patria degli oltre 200.000 ufficiali di complemento oltre agli ancor più numerosi soldati che non avrebbero trovato lavoro nelle industrie e nei campi.

Inizialmente lo Stato commissionò una sorta di assistenzialismo per i reduci del fronte, cosa che venne immediatamente stroncata dall'intervento di Mussolini attraverso la pubblicazione di numerosi articoli sul tema creando, di contro, il giusto peso politico e ideologico non solo per i soldati ritornati dal fronte ma a tutta la guerra combattuta.

Questa linea politica venne ben presto seguita da una ancor più importante e sentita ma soprattutto inaspettata, prodotta nel 1919 da Wilson che decise di rifiutare le pretese italiane sui territori contesi agli slavi.

Prima osannato dallo stesso direttore del "Popolo d'Italia" Wilson divenne il nemico dell'interventismo democratico italiano tanto da portare Mussolini, che si trovava alla Scala di Milano in una serata memorabile, a contestare rumorosamente Bissolati facente parte del governo indifferente a tale spregio. Fu in quella stessa sera che il direttore del "Popolo d'Italia" conobbe Marinetti, il futurista per eccellenza, con il quale intrecciò una profonda amicizia.

La guerra divenne per il direttore del quotidiano nazionale una sorta di spartiacque che seppellì un soggetto rivoluzionario (la classe operaia, tenuta stretta dal Socialismo) e ne creò un altro: i combattenti.

Da ciò nasceranno gli uomini nuovi e arditismo, futurismo e fascismo non tarderanno a presentarsi come le tre incarnazioni di questa novità.

Per il "Popolo d'Italia" il 1919 segnò un grande cambiamento. Vennero presi tre grandi temi sui quali dibattere: politica estera, sindacalismo e forme organizzative del combattentismo. Su tutto aleggiò la difesa dei reduci e della vittoria.

Si iniziò a iniettare nel popolo italiano dosi di patriottismo attraverso tutte le manifestazioni indette dalle associazioni irredentistiche ed energia vitale nella difesa del VIA DA VERSAGLIA , come unica risposta possibile alle chiusure degli alleati.

I borghesi, nonostante l'antipatia che Mussolini nutrì per essi dimostrarono lo stesso simpatia per lo schieramento politico adottato.

Il "Popolo d'Italia" in quello stesso periodo venne chiamato ad essere testimone del significativo evento che si sarebbe consumato in Piazza S. Sepolcro a Milano dove vennero fondati i "Fasci di Combattimento". Dalle sue colonne vennero lanciati appelli per l'adunata in programma e venne pubblicato il programma dei Fasci.

Non solo. Il giornale di Mussolini ebbe notevole influenza anche nella vicenda di Fiume, condotta da Gabriele D'Annunzio.

Dall'azione del "vate" Mussolini seppe costruire anche la sua linea politica del momento che lo vide contrastare le posizioni della Società delle Nazioni e la politica portata avanti dal governo Nitti.

Il 13 Settembre 1919 un articolo di fondo del "Popolo d'Italia" gridava:" VIVA FIUME".

Il giornale ebbe un picco impressionante nelle vendite tanto che il 19 Settembre attraverso una sottoscrizione pro-Fiume ricavò qualcosa come 3 milioni.

Forte della consistenza numerica dei lettori, Mussolini alzò il tiro dei suoi attacchi fino a far intervenire la Magistratura che ordinerà l'arresto per un breve periodo di tempo del Direttore.

Nel 1920 il "Popolo d'Italia" proseguì una battaglia politica a favore degli operai e della forza lavoratrice in genere pur astenendosi da alcuni temi quali la questione sorta sui trasporti pubblici. Argomento questo che non trovava, secondo Mussolini, maestranze capaci a padroneggiare una situazione tecnica.

Il quotidiano quindi si proclamò da un lato a favore del "movimento sovversivo" e dall'altro conciliatore tra mano d'opera e datori di lavoro.

Oggi come ieri

"Noi non siamo, no, dei rivoluzionari sovvertitori. Noi vogliamo che uno Stato forte risorga e per le Leggi comandi!" Cesare Maria De Vecchi, Ottobre 1922

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